Roma ha da sempre generato miti e fantasticherie. A partire dalla sua misteriosa fondazione, persa nelle nebbie del tempo, le leggende hanno attraversato tutte le epoche storiche e hanno visto tra i protagonisti anche personaggi importanti che vissero nella capitale, imperatori, nobili e papi.
Non dimentichiamo poi la suggestione che danno i grandi monumenti, retaggio dell’epoca dell’Impero Romano. Nel Medioevo il Colosseo era ritenuto una porta per l’aldilà, dove gli spettri dei gladiatori e degli schiavi, morti per il diletto degli imperatori, erravano nella notte, cercando inutilmente il riposo eterno (qualcuno crede girino ancora oggi). Il Colle Esquilino nell’antichità era usato come cimitero a cielo aperto e vi venivano gettati i corpi di criminali e schiavi. Per questo il luogo era frequentato da negromanti e streghe, in cerca di polveri e resti umani per i loro riti macabri.
Insomma di leggende Roma è piena; praticamente ogni vicolo, ogni statua ha un mistero, una storia segreta. A proposito di statue non possiamo non fare un accenno a Pasquino, la ‘voce del popolo romano’ che da secoli racconta ai passanti critiche ricche di ironia e sarcasmo rivolte ai potenti. Fin dal 1500 infatti è usanza attaccare biglietti satirici e provocatori intorno alla statua, scritti che hanno preso il nome di “pasquinate”. Così si sfogava un tempo il bisogno popolare di dire la propria contro i soprusi del potere, e l’usanza continua tutt’oggi.
Attraverso i secoli, infatti, Pasquino le ha sempre dette chiare e tonde ai governanti, senza peli sulla lingua. Prima se la prendeva soprattutto coi papi. Oggi che il potere si chiama Politica sono cambiati i bersagli, ma lo spirito è rimasto lo stesso. Sempre, intorno alla statua, troverete commenti, critiche, racconti, a volte anche in forme poetiche, in rima, dialettali. Tutte rigorosamente anonime. Insomma Pasquino è veramente la voce del popolo, che si fa sentire contro chi comanda, per mezzo di questa statua un po’ rovinata ma molto caratteristica. Non perdete l’opportunità di visitarla, Pasquino risiede nella piazza omonima, all’angolo di palazzo Braschi. Partendo da Piazza Navona e imboccando Via del Governo Vecchio vi giungerete in pochi minuti. Vi farete due risate, ma anche un paio di riflessioni, leggendo le pasquinate.
Il mito delle origini
Quasi tutti vi sanno dire che, secondo la leggenda, Roma fu fondata da Romolo e Remo, i gemelli. Già, ma loro come erano nati?
La storia parte dalle gesta di Enea, l’eroe greco genero di Priamo, re di Troia. Dopo la distruzione della città per opera degli achei, il figlio della dea Afrodite (Venere per i romani) giunse nel Lazio e sposò Creusa. Dal loro amore nacque quindi Ascanio, che fondò Albalonga, sulla quale dominarono dodici re. L’ultimo re fu Numitore, che venne spodestato ingiustamente da Amulio, il fratello. Amulio costrinse la nipote, Rea Silvia, a diventare sacerdotessa di Vesta, obbligandola così alla castità.
La leggenda racconta che la vergine un giorno si recò a una fonte sacra nel bosco, per attingere l’acqua. Vide un misterioso e bellissimo guerriero, che si inchinò al suo passaggio. Intimidita la vestale fuggì, ma dovette tornare il giorno successivo per prendere l’acqua. Aveva viaggiato portandosi dietro un grande vaso per la raccolta e quando arrivò alla fonte era molto stanca. Un sonno pesante la colse, complice il canto degli uccelli e il suono dei ruscelli. Il guerriero la raggiunse, ed era in realtà il dio Marte, protettore dei campi e dei soldati, a cui sono sacri i lupi e i cavalli.
Già dal giorno prima il dio si era invaghito della vergine, e ora la vedeva distesa, con il vento che le scopriva il seno e le scomponeva i capelli. Preso dal desiderio Marte la possedette furtivamente. In seguito Rea Silvia, resasi conto della gravidanza, cercò di mantenere il segreto. Ma i sogni turbavano la vestale. Sognava di essere presso il fuoco di Vesta, quando la benda sacra che portava sul capo le cadeva. Da essa germogliavano due palme; una di esse, immensa, cresceva fino a ricoprire con i rami tutta la terra, e con la chioma arrivava fino alle stelle.
Quando infine partorì due gemelli fu scoperta da suo zio Amulio, il quale ordinò che fosse sepolta viva. Aveva infranto il voto di verginità e lasciato che il fuoco sacro di Vesta si spegnesse. Amulio ordinò poi di gettare nel Tevere i gemelli, due guardie ebbero però pietà dei pargoli; li abbandonarono alle correnti come ordinato, ma dentro un cesto. E poi furono allattati dalla lupa, direte voi. Non esattamente. Una versione della leggenda vuole che il cesto, preda della corrente, fu trattenuto da un albero, un giovane fico che da un’isoletta sporgeva i rami in acqua. I due gemelli si nutrirono succhiando il liquido zuccheroso che colava dai frutti dell’albero.
Secondo questa versione dunque i romani non sono figli della lupa (che giunse più tardi, quando le acque del Tevere si ritirarono), bensì del fico, cioè il Ficus Rumina, dea (in quanto albero femmina) protettrice e nutrice delle popolazioni italiche dell’antichità. Questo darebbe un aspetto più “dolce” alle origini dei romani, considerati sempre invece figli della lupa e quindi in qualche modo “contaminati” dalla furia della belva.
In effetti il fico era un frutto prezioso, perché esso maturava spontaneamente nella calura e nella siccità. Nel difficile periodo delle origini era quindi un’importante risorsa per la sopravvivenza. L’albero-divinità divenne oggetto di adorazione e molti esemplari vennero posti in importanti luoghi della città, come il Foro o il Lupercale, la “casa di Romolo” sul colle Palatino. Alla divinità i sacerdoti sacrificavano il latte e chiedevano protezione per i neonati, nonché favori nei riti legati al sesso. Infatti il simulacro di Priapo a Roma era fatto con legno di fico. Nell’antichità entrambi i simboli, il fico e la lupa, erano presenti nelle rappresentazioni. La lupa, sacra a Marte, padre di Roma, si aggirava intorno ai gemelli senza divorarli, mentre i fichi erano assimilati ai seni materni. In seguito, quando Roma crebbe, il lavoro agricolo fu assegnato agli schiavi, e la città si staccò dalle sue origini contadine. A quel punto la lupa fu elevata al ruolo di unica nutrice e balia dei gemelli, diventando il simbolo della città. Per parlare del presente, il mito del fico è rimasto comunque nei romani, anche se in forma decisamente diversa; chiedete e vi consiglieranno senza dubbio la gustosa “pizza e fichi”.
